Roarrr! Sul Libro Coniglio ci sono anch’io!

 

Aloha! 

Far parte dei Mastri Continuologi del Libro Coniglio mi farà sempre con orgoglio esclamare: “Roarrrr! Anch’io c’ero!

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In particolare, e sperando che Ernest Hemingway mi perdoni, a pag. 122 ho proseguito “Il Vecchio e il Mare” con un contributo intitolato “Sognando“.

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Infatti non ho resistito all’istigazione radiofonica di Roberto Corradi che, con la complicità di Marco Presta e Antonello Dose, dalle frequenze de “Il Ruggito del Coniglio” di Rai Radio2 per mesi ha stuzzicato la fantasia degli ascoltatori invitandoli a proseguire 10 celebri opere letterarie: I Promessi Sposi, Pinocchio, Il Conte di Montecristo, L’Odissea, Il Vecchio e il Mare, Canto di Natale, Il Nome della Rosa, Frankenstein, 50 Sfumature di Grigio, Robinson Crusoe.

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In realtà io le ho proseguite tutte perché il contesto surreale/ironico/fantasioso è decisamente fra le mie corde e se mi si istiga in questo contesto non c’è niente da fare: non mi fermo più :o)

I miei prosiegui, a parte “Il Vecchio e il Mare” pubblicato sul Libro Coniglio, sono al momento tutti inediti, rimasti nel mio cassetto ma anche in quello della Redazione del Ruggito del Coniglio e secondo me stanno proprio a sghignazza’ tutti insieme nel cassetto lì a Roma. Sono finiti nel posto giusto, beati loro! :o)

Intanto se volete leggere il mio “Sognando“, e i prosiegui degli altri 85 autori, accaparratevi il Libro Coniglio e buon divertimento.

Volo A4 210X297

Ero uno dei tanti, destinato ad una vita piatta oppure fotocopia di tante altre.
Tutti gli altri finivano tatuati con sequenze alfanumeriche e imprigionati in un destino burocratico e polveroso.
Mentre sentivo avvicinarsi il mio turno la preoccupazione evolveva in paura. Avrei voluto urlare, ma due mani diverse dalle solite mi portarono altrove e cominciarono a dipingermi tutto, con colori vivaci. Non capivo, ma era bello e nonostante il destino incerto una sensazione di libertà mi stava alleggerendo, anche quando quelle mani iniziarono a piegarmi.
Era tutto così diverso da quanto era capitato agli altri e pensai di essere stato prescelto per qualcosa di unico!
Avevo ragione. Adesso sono il Volo A4 210X297. La mia fusoliera ha una grammatura leggerissima di 80 g/m2 che mi permette stupende evoluzioni aerodinamiche e la livrea ha i colori della fantasia del mio pilota che, ad una torre di controllo a forma di palloncino, sta chiedendo l’autorizzazione al decollo.

(Questo mio mini-racconto ha partecipato alla seconda edizione del Concorso 10 Storie – Concorso letterario per racconti minimi di Scripta-Volant: Volo A4 201X297)

Buona lettura… ma se siete arrivati qua l’avete già letto :o)

Senso orario

A mezzanotte in punto si trovarono nel centro di una piazza tonda. Erano in senso orario perfetto e neanche il più antipatico degli antiorari avrebbe potuto negarlo.
In quell’istante, mentre il tempo segnava l’ora zero, decisero: avrebbero girato il mondo.
La prima, sottile e scattante, partì in un secondo. La seconda ci mise un minuto. La terza non aveva fretta e partì lenta.
Durante il viaggio la rosa dei venti le invitò a fare un girotondo completo intorno al mondo nelle direzioni di tutti i viaggi, orientate come raggi di bicicletta desiderosi di avventure.
Il sole di mezzogiorno illuminò i meridiani e i paralleli per guidarle sulle rotte delle latitudini a spicchi e delle longitudini a fette, finché si ritrovarono di nuovo a mezzanotte in punto nel centro della piazza tonda.
Erano sempre in senso orario perfetto e anche quella volta nessun antiorario avrebbe potuto negarlo.
In quell’istante, mentre il tempo segnava nuovamente l’ora zero, decisero: avrebbero continuato a girare.

Senso orario è un mio raccontino che ha partecipato alla prima edizione del Concorso 10 Storie di Scripta-Volant, per racconti brevi, max 1000 battute spazi inclusi.

Un bell’esercizio di sintesi.

http://www.scripta-volant.org/forum/viewtopic.php?f=144&t=7103

L’importante è partecipare

Ma sì, l’importante è partecipare e soprattutto divertirsi a partecipare :o)

 

Ho partecipato a un concorso letterario bandito dall’Amat di Palermo, intitolato “Parole in corsa”, con un piccolo raccontino bizzarro.

Scrivendolo mi sono divertita un bel po’… :o)

Per un po’ di tempo è apparso online sul sito dell’Amat in forma anonima, poi è arrivato il verdetto: non ho vinto niente :o)

 

Poi è stato un po’ sul sito dell’Amat con il mio nome. Si intitola “Punto e a capolinea”… e adesso lo potete leggere solo sul mio blog, nel pdf allegato: Punto_e_a_capolinea_RiccardaPatelli.pdf

 

E quindi vi invito a partecipare alla lettura, se avete tempo e voglia con l’auspicio che vi divertiate a leggerlo :o)

 

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Legame azzurro

8326a101e1f5adce5ab7e2b54f48f42b.jpgEra morbido il tunnel in cui stavo rotolando verso una meta sconosciuta. Non sapevo che fosse anche buio perché non conoscevo ancora l’esistenza della luce e nemmeno che un giorno avrei avuto gli occhi. Fin dalla prima scintilla sublime ho avvertito affollarsi le giovani cellule che si disponevano, smistandosi ordinatamente, a formare il mio corpo abbozzato.

In quei magnifici giorni ero sommerso in un liquido caldo, sospeso in un umido dondolio, e il nido che avevo raggiunto era legato a me ed io a lui da un dono di vita che mi innamorava di quella linfa preziosa che giungeva portandomi verso la completezza e la luce.

L’oscurità non spaventava i miei occhi primordiali e chiusi, mentre adoravo il fluido sciabordio intorno a me, i suoni amniotici e musicali che udivo e la carezza delle pareti protettrici. Il mio cuore correva con piccoli battiti vivaci e molte volte mi addormentavo cullato dal suono costante di un cuore più grande, lento, sicuro.

Non ricordo quanto tempo ho trascorso in quella culla sempre più avvolgente, tesa e trasparente. Man mano che mi sentivo crescere, gli occhi socchiusi mi rivelavano una penombra rosa, presagio di dolcezza, finché un giorno abbandonai il massaggio delle acque e mi inondò la luce. Sorprendente. Accecante. Poi lieve e accogliente al contatto con la pelle affaticata della mia insostituibile fonte vitale.

Scoprii l’alternarsi del giorno e della notte, del sonno e della veglia, delle stagioni calde e fredde, e il variare d’intensità della luce nell’arco delle ore. Immagini inedite in successione di gioco e cantilena meravigliavano i miei occhi aperti e gli altri sensi scoprivano un profumo esclusivo, il velluto della pelle, un gusto gonfio e goloso e la melodia di una voce unica al mondo che, lei sola, riusciva a farmi dimenticare il liquido abbraccio che avevo abbandonato.

Quell’acqua paradisiaca mi mancava quando la sinfonia della voce taceva, ma ben presto ritrovai il mio elemento amico. Fluido, caldo, familiarmente viscido e, con mia sorpresa, saponoso con giochi di bolle delicate. Lo incontravo spesso e lo muovevo con piccole onde che mi ricordavano il ritmo del grande cuore.

Imparai presto che esisteva un altro amico immenso, animato da un moto proprio, insistente, che cullava all’infinito la vita al suo interno. Conobbi parte dei suoi confini e li manipolai creando potenti castelli seccati dal vento, mentre il sole mi coloriva la pelle e fortificava le ossa. I miei piedi correvano sulla sabbia del litorale e rallentavano sui sassi tondi che crepitavano di gioia al contatto con la carezza strisciante dell’acqua che li sommergeva d’un tratto per lasciarli, subito dopo, emergere lucidi da una schiumetta svanente.

Un giorno i miei piedi ancora piccoli e morbidi, dal pavimento della casa illuminato da nastri solari che filtravano attraverso le persiane di salsedine, mossero i loro passi sui granelli di sabbia, sui sassi bollenti, su quelli umidi e su quelli bagnati immersi nelle prime ciglia d’azzurro. Lo incontrai così il mio grande amico. Ridevo e scalciavo, pazzo fra ricordi e sorprese, mentre lui mi accoglieva con onde affettuose.

Il suo massaggio, il sapore sulle labbra, i capelli stopposi, la pelle abbronzata e opaca di sale secco, mi accompagnarono negli anni più belli della mia vita. Mio padre, un giorno, mentre osservavo quel compagno fedele devastarsi i bordi nebulizzandosi di iodio, si avvicinò a me. Le reti del suo peschereccio riposavano annusando il proprio odore. Mi parlò delle maree inventate dalla luna e dal sole, delle rotte di navigazione fra i fantasiosi arcipelaghi delle isole immerse. Mi raccontò delle scogliere continuamente modellate da quel volubile artista, frastagliato scultore di faraglioni, penisole e promontori, estroso pittore di baie e di golfi, di insenature e di stretti che, sulla sua tavolozza, rompeva onde d’azzurro da spruzzare di bianco.

La mia mente, alimentata dal fosforo e dai racconti di pesca, conosceva a poco a poco la vita sommersa e ricordo che ringraziavo tutte le creature che mi permettevano di crescere sacrificandosi per me. Rispondevo al sorriso dei delfini, mi inteneriva la tenuità del plancton indifeso e la celeste trasparenza delle meduse. Mi incuriosiva il mimetismo delle sogliole, mi divertiva l’ondeggiare delle alghe e degli anemoni e mi sorprendeva la bellezza dei ventagli naturali che rinvenivo sulla battigia.

Inventavo avventure di molluschi, battaglie di cozze, danze di calamari e totani, cortei di granchi e gamberetti in uniforme corazzata incrociare parate di ippocampi, crostacei pirati predare i tesori delle ostriche e fantasticavo su un esercito di prodi polipi dai tentacoli invadenti che si esibivano in sinuose piroette, gelosi dei numeri circensi dei pesci pagliaccio.

Se non fosse stato per la necessità del respiro sarei vissuto per sempre laggiù fra le correnti, sui fondali e poi su, in trionfo sulle creste e cullato nei cavi delle onde come i delfini gioiosi, e poi di nuovo giù fin negli abissi dove c’è vita anche nel freddo e nella notte. L’oscurità del blu abissale non mi impauriva. Ricordava il mio buio primordiale e confidavo in un legame azzurro, misterioso ma affascinante.

A quei tempi sognavo di costruire un castello di scogli con finestre di madreperla, la porta di corallo, le torri di conchiglie e una bandiera di alghe al vento. La regina di quel castello aveva nella voce una melodia unica al mondo, sedeva su un trono di faraglione potente di flutti e sfoggiava una corona di perle e un mantello di spruzzi iridescenti. Il re era il guardiano del faro più grande e brillante di tutti gli oceani del mondo e, quasi quanto adorava la regina, amava la vita degli uomini di mare, così la proteggeva avvisandoli del pericolo.

I miei piedi giovani divennero più grandi e la loro pelle più spessa. Erano nel pieno della forza e, con l’energia dei progetti, muovevano passi desiderosi sulla costa che incontrava le onde nel semicerchio irregolare del golfo. Poggiati fermamente sul legno ruvido del peschereccio, mi videro apprendere le tecniche di pesca che mio padre aveva ereditato dal nonno. Innumerevoli volte corsero incontro a una rete svuotata del suo guizzante bottino.

Sicuri e decisi sullo scafo ondeggiante, conobbero a fondo quel lunatico compagno. Provarono l’allegria delle spume pelagiche, il brio delle increspature irregolari e ventose, la calma piatta, la cantilena dell’onda lunga e la superiorità della tempesta.

Mi resi conto di amarlo al di là della fantasia e della bellezza, anche se talvolta sembrava essere un nemico minaccioso che mi sfidava a duello come quando, di notte, il suo frastuono impetuoso veniva trasportato in cielo dal vento teso. Quando mi coglieva così di sorpresa, io stavo al suo gioco e, con la certezza che lui non mi avrebbe tradito, lo lasciavo sfogare mettendolo alla prova per vedere se ricambiava il mio amore. E infatti non mentiva. Le sue burrasche non hanno mai scalfito il mio cuore. Solo il mio viso è stato disegnato dalla tempesta, ma lui non ha colpa. È stato l’uragano del tempo.

I miei piedi ora sono grandi, induriti da calli faticosi. La pelle dei calcagni è spaccata in tanti solchi bianchi e le dita deformi trovano accoglienza e riposo sulla sabbia ancora tiepida.

Come ogni sera d’estate vengo qui, mi siedo sulla spiaggia coi calzoni arrotolati a metà polpaccio e la canottiera bianca che spicca sulla pelle scura. Stavolta non ci sono gabbiani in cerca di compagnia e, in mancanza dei suoni rauchi e stridenti che emettono mentre volteggiano sfruttando le correnti d’aria, solo il suono dell’acqua riempie il silenzio. Volgo lo sguardo verso il faro acceso sul promontorio. Lampeggia e pare che mi saluti. Osservo il mio compagno, il grande mare di fronte a me. È calmo e mio nipote, sul peschereccio, stanotte sarà in buone mani.

La sabbia sotto le dita si raffredda e le piccole onde giocherellone si infrangono sulla battigia nel solito scambio musicale con i sassi che si lasciano arrotondare. La terra intanto restituisce la brezza serale all’acqua tranquilla e ancora tiepida dopo una giornata rovente.

Ti osservo ancora, marea stupenda. Il sole del tramonto ti ha colorato di corallo e, innamorato anch’esso di te, si è immerso nell’altra tua parte. Un leggero alito d’aria soffia sui miei capelli bianchi e mi distendo, abbandonato e immobile come un relitto sui fondali. Un’insolita serenità pervade la mia mente, vivace come non lo è più il corpo che, come un’ancora, gravita a terra. Le membra in lotta con il tempo le avverto quasi intorpidite e penso a te, amico blu, che sei antico più di me e non hai riposo.

Poi un respiro lento e un battito calmo e i ricordi si affollano di visioni e sensazioni. L’antica penombra rosa, le onde liquide e tonde, il bagliore improvviso della vita, quell’indimenticabile sinfonia materna, il castello fantastico della regina dei mari, il faro del re dei pescatori.

Un battito pigro e un respiro fragile.

Vedo il mare, antico e primo custode della vita, che dirige la danza classica delle meduse e i balletti dei cavallucci, le esibizioni dei polipi e il tango delle aragoste. Nel teatro subacqueo la colonna sonora di un’orchestra d’onde accompagna la rappresentazione mentre una scenografia di pesci variopinti e creature multicolori fa da sfondo dietro al sipario blu.

Un respiro lieve e un battito debole.

Un peschereccio di perla con reti di corallo piene di guizzi brillanti, le onde lunghe languide d’amore, le tempeste ostacolate dagli scogli, le palette dei bimbi, le notti di fatica e i giorni di sale, arcipelaghi di lampare orlano di luci i merletti frastagliati al confine fra la terra e il mare.

Un battito spento e un respiro stanco.

In pochi secondi si alternano il candore appisolato dell’inverno, la delicatezza infantile della primavera, la gioiosa esuberanza dell’estate, la splendida senilità dell’autunno, e si combinano con la trasparenza dell’alba, la passione focosa del mezzogiorno, il saluto arancione del tramonto e le stelle accese della mezzanotte.

Le immagini continuano a susseguirsi rapide nella mente e non serve aprire le palpebre verso il cielo che si fa notturno su di me.

Uno degli ultimi flebili respiri. Uno dei pochi gracili battiti rimasti.

Sento che devo partire. Chissà se alla fine del mio viaggio ti ritroverò così bello come sei, mare che mi vegli in quest’istante che si estingue. Mi addormenterò respirando questa speranza, cullato dal battito sempre più lento del mio cuore. E se dove andrò non ci sarai, ricordati di me.

Le onde delicate di quella sera si ruppero morbidamente sulla riva con un ritmo sempre più rado. Per pochi attimi i sassi tacquero. Le conchiglie attesero…

La prima nuova onda giunse in ritardo, dopo quell’intervallo sospeso, e guidò la ripresa del moto perpetuo di quelle che la seguivano. Il coro dei sassi cantò di nuovo nel silenzio della spiaggia. I colori di un secchiello, dimenticato fra impronte allegre, erano avvolti di penombra lunare.

Un altro leggero alito di brezza sfiorò un ciuffo candido e salino, le palpebre chiuse e un sorriso di pace.

Le lampare, come perle luminose, proseguirono il disegno delle stelle.

* * * * * * * * * *

Questo mio racconto ha ricevuto una menzione d’onore nell’8° Concorso di Letteratura Giovanile “Zaccaria Negroni” promosso nel 1999 dal Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile (Roma). È stato pubblicato su “La Vetrina di Pagine Giovani”, supplemento al n° 4/1999 di “Pagine Giovani”, organo ufficiale del Gruppo.

Oro di paglia

a8f8fcf25295a1dd89502da391bfa989.jpgEra giunta l’ora. Il tempo aveva consumato la candela dalla quale una stellina di fuoco tese l’ultima fiammella verso l’alto e sparì in un filo di fumo appena nato, sottile e leggero, che in cielo volò in una direzione nuova.

Una spiga di grano, affascinata da quel volo, volle seguirlo. Il suo stelo lasciò tutti i chicchi al pane povero e sotto al sole biondo s’incamminò nel vento dietro quella traccia nell’aria. Un ultimo sguardo da lontano, indietro verso le messi falciate e la ricchezza di spighe, curioso di vedere se qualcuno lo seguiva, ma proseguì da solo guidato dalla mappa della scia.

Lasciò impronte delicate sui percorsi ventosi della sabbia d’oro, morbida strada per il suo cammino, e galleggiò leggero sui riflessi aurei dell’acqua che incontrò e che gentilmente lo trasportò per qualche tratto fra una sponda e l’altra.

Lungo la via invitò a seguirlo alcune monete d’oro, gioielli ed ornamenti preziosi, ma questi si sentivano troppo importanti per seguire un povero filo di paglia che correva dietro a un filo di fumo, e così, sempre più pesanti e pigri, preferirono restare comodamente nei loro forzieri. La pagliuzza proseguì da sola. Avrebbe voluto accompagnare un dono nel luogo dove la scia stava adagiandosi dal cielo sulla terra, ma non possedeva niente.

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Avvicinandosi al punto indicato dalla scia che stava finendo il suo disegno nel tramonto, vide giungere tanta gente da altre direzioni, attratta dalla stellina di una fiammella nuova, appena nata, che brillando si rifletteva negli occhi di ognuno.

 

Da vicino la fiammella aveva uno splendore mai visto prima e ad ammirarla c’erano tanti altri fili di paglia, a mani vuote, semplicemente poveri, ma brillanti come l’oro per i riflessi di quella luce.

 

La fiammella era adagiata su una culla d’oro, d’oro di paglia, silenziosa e mite nella veglia. L’aria respirava un profumo bambino e un calore piccino, e la pagliuzza donò sé stessa alla culla d’oro, d’oro di paglia, luce umile che illumina il tempo e non abbaglia. 

 

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Ho scritto questo piccolo raccontino intitolato Oro di paglia una decina di anni fa. E’ sempre rimasto inedito, però da esso un giorno ho tratto dei versi componendo una piccola poesia, sempre con lo stesso titolo, che invece è stata pubblicata nel 1999 nei Quaderni di Poesia – Il CalamaioBook Editore – Castel Maggiore (Bologna).

 

Oro di paglia  

Sei nato come una fiammella

luce mai vista che negli occhi brilla.

Sei nato in una culla d’oro, d’oro di paglia

silenziosa, povera e mite nella veglia.

Nell’aria si respirava un profumo bambino

e lo scaldava un calore piccino.

Una pagliuzza giunta col vento

si fermò ad ammirare il meraviglioso evento

non aveva nulla da donare

ma resto a guardare e pregare.

Donò se stessa alla culla d’oro, d’oro di paglia

nido di luce umile che illumina il tempo e non abbaglia.

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Inoltre, proprio oggi ho creato anche un video su YouTube, con immagini ispirate a questi miei pensieri e con una musica bellissima ad accompagnarle. Per vederlo e ascoltarlo cliccare QUI 

Questo è il mio modo per augurare 

Buon Natale

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Amici nella nebbia

fc6325a3e975105c70346af9a59a3cfd.jpgSi fermò, davanti a me, e cominciò a fissarmi. I nostri cappotti erano dello stesso colore. Il mio un tempo era color cammello. L’avevo trovato alla discarica. Era macchiato solo in tre punti più scuri, ma la solitudine delle tre macchie non durò a lungo e il color cammello, sfrattato, se ne andò.

Il cappotto di quel passante che si era fermato ad osservarmi era più peloso e avvolgente, forse più caldo. Non ero mai stato invidioso, ma l’avrei voluto. Non era della mia misura e poi lui non aveva nemmeno una sciarpa a rete bucata come la mia intorno al collo. Non potevo privarlo anche del cappotto.

Sul capo aveva delle strane protuberanze spelacchiate. Tutta la testa era spelacchiata. Forse soffriva di una strana malattia. Probabilmente anch’io ero malato. Lo stomaco svelava la sua dolorosa presenza e l’equilibrio era spesso precario. Quella mattina poi l’umidità era filtrata attraverso  l’imbottitura ondulata del mio nuovo sacco a pelo fino a raggiungere le mie vecchie ossa. La notte precedente doveva essere caduta la solita pioggerellina clandestina degli ultimi giorni. Silenziosa, leggera, non per questo meno bagnata.

Il mio cappello bianco e nero, fitto di notizie, era fradicio. Le decorazioni del sacco a pelo, la scritta fragile, il disegno di un bicchiere ed altri simboli forse indiani, si erano scurite e inflaccidite insieme a tutto il resto.

Ero ancora disteso sulle sbarre dure della panchina del parco pubblico, lungo il fiume mimetizzato dalla nebbia. Il passante mi fissava con i suoi occhi marroni velati. Si era avvicinato a passi lenti, come stanco di un cammino notturno e solitario.

Già da tempi remoti non avevo più un orologio. Neanche lui l’aveva. Fermo, nel riposo di guardarmi, notai che era triste. Era più sfortunato di me. Non aveva le scarpe. La ghiaia era fredda quel mattino. Mi alzai seduto. Con le mie scarpe di maglioni non la sentivo tanto fredda. Solo il suo suono mi giunse gelido. Intanto il sole aveva reso più bianca la nebbia, ma nessun raggio l’aveva ancora dissolta. Si intravedevano, appannati e silenziosi, i fili stellati dell’abete accanto alla fontana. Ero sicuro che fosse da poco trascorsa l’alba. Mi svegliavo sempre alla stessa ora, non dell’orologio, ma del passerotto che, sulla panchina di fronte, saltellava in cerca di briciole di vita.

Il passante di quel mattino, l’unico dopo tanti risvegli che si era fermato accorgendosi di me, continuava a fissarmi. Per un attimo sospettai che volesse derubarmi e gli dissi di andarsene. Lui non rispose e restò fermo davanti a me abbassando leggermente il capo. Sicuramente era malato. Aveva uno strano naso nerastro e tremava. Forse era anche muto, magari sordo. Si avvicinò a passi incerti per guardarmi meglio. Anche la vista doveva averla debole. Ammirò la mia barba unta di giallo, lunga fino al secondo bottone del cappotto, quello che mancava. Poi fu attratto dai miei sacchetti di plastica sotto la panchina. Erano due. Non ricordavo neanche io cosa ci fosse dentro. In uno, ero certo, la bottiglia vuota. Di lei, dentro di me, era svanito ogni calore. Era rimasto in bocca soltanto il sapore della sera prima e il ricordo dello stordimento liberatorio.

Mentre assaporavo la mia lingua impastata fra i denti gialli, lo stomaco mi ricordò la battaglia del nuovo giorno. Il passante, attratto dalla mia solitudine e convinto che ormai non lo avrei più mandato via, si accomodò accanto a me sulla panchina. Così vicini, mentre i nostri aliti si mescolavano nel vapore della nebbia, ci rendemmo conto di emanare un odore simile. Chissà, forse fra noi poteva nascere un’intesa.

I nostri sguardi erano intensi, complici di comuni destini e più espliciti del dialogo assente. Mi guardò mentre rovistavo frenetico nei sacchetti. Lo guardai mentre tremava ansioso alla vista dello straccio di lana che usavo per strofinarmi il viso al mattino.

Quella mattina non lo feci. Pensai che il suo cappotto, nonostante le apparenze, non fosse di buona qualità, e così mi venne spontaneo avvolgerlo con quella pezza sfilacciata. Mentre, con lo spago, fermavo intorno a lui il nuovo strato caldo, mi complimentai col mio istinto. Aveva smesso di tremare e mi fissava con riconoscenza. Mi ringraziò con un complimento umido.

Fu così che nacque la nostra grande amicizia. Quel giorno stesso notai che aveva una coda dello stesso colore del cappotto. La fece ondeggiare più volte durante il nostro primo pasto insieme. Avevamo scoperto un luogo di lusso: il deposito grigio sul retro di un ristorante dove vedevamo entrare passanti con cappotti bellissimi e puliti. Noi riuscimmo a ripulire la nostra razione e a far provviste appena in tempo. Trovammo anche brandelli di bistecca aggrappati ad un osso e un pezzo di dolce, proprio come nei giorni di festa. Poco dopo passò un grosso camion con i lampeggianti accesi, luminosi come i fili stellati che quel giorno si vedevano dappertutto. Svuotò il deposito e sparì.

Tornammo verso la nostra panchina nel parco. La nebbia non si era diradata e il mio compagno, per non perdermi, seguì i miei passi striscianti. Con ancora nel naso l’odore del deposito, mi riposai sulla panchina e da alcune bottiglie quasi vuote e odoranti di forte ingoiai residui di calore. Sull’abete mi parve di notare qualche pallina colorata. Nel periodo dei fili stellati nascono sempre quelle strane bacche. Però tutte le volte c’è qualcuno che le ruba perché poco dopo la fioritura scompaiono.

Lui era sempre lì davanti a me e si riscaldava muovendo velocemente la coda. Mi osservava molto interessato, incuriosito. Sembrava che volesse chiedermi qualcosa. Forse voleva sapere il mio nome.

Non lo ricordavo. Io lo chiamai Amico.

Gli parlo spesso. Lui non mi parla mai. Qualche volta ripete “bù!”. Penso che quello sia il mio nome, quello che lui mi ha dato.

 

Questo mio racconto intitolato Amici nella nebbia risale ormai a una decina di anni fa… il tempo vola… ed è stato pubblicato all’interno della terza edizione del Quaderno di Natale (Biblioteca del periodico «Presenza», Striano – NA, 1997).

Ho ricevuto una segnalazione che indico qua con piacere. Si tratta di un video relativo a un’iniziativa in tema con questo mio vecchio raccontino. Per vederlo e per avere informazioni in merito basta cliccare su La Linea Gialla.

Il silenzio

            Era giovane. Verde sottile vibrante di speranza nel vento d’alta quota. Nato ingenuo fra la vecchia roccia immobile, piccolo filo d’erba, non conosceva il passato della montagna, anziana piena di ricordi.    

            Ignorava il passato del mondo, padre delle montagne partorite dalla crosta terrestre che, materna, le ha pazientemente innalzate per miliardi di giorni. Creature nate da una guerra di spazio, cresciute grazie ai terremoti e al fuoco dei vulcani, le montagne hanno sofferto anche i conflitti dell’uomo. Ma il piccolo filo non sapeva cos’era stata la guerra del fuoco dei primitivi e nemmeno le lotte fra le civiltà della storia.

            La sua innocenza non conosceva il fuoco dei cannoni e delle mitragliatrici e non era stata bruciata dalle fiamme delle bombe. I suoi sogni non erano incubi nel fango delle trincee, prigioni di giovani anime pietrificate dal gelo o striscianti nel dolore. 

            La sua linfa scorreva ignara che sulle montagne fossero state versate tante lacrime da erodere il terreno già graffiato a sangue da una crudeltà che ha sbriciolato le rocce, bruciato i germogli e strappato le radici degli alberi, torturato le foglie e i rami versando la loro linfa rossa ancora calda nella terra vampira che non l’ha più restituita.

            Da lassù il filo d’erba poteva guardare il cielo e immaginare il Paradiso non sapendo che in passato su tavole di roccia di montagna furono scolpite le leggi divine violate dagli uomini tante volte fino a uccidere l’Uomo, che sulla montagna aveva beatificato gli umili, incoronandolo di spine e inchiodandolo alla sofferenza. Anche le montagne nella storia del tempo furono inchiodate di croci e incoronate dal demone della guerra con cespugli infernali di filo spinato, ma questo lui non lo sapeva. 

            Viveva nella pace alta fresca limpida, una pace desiderata e amata dalle montagne, unico sollievo nei ricordi orrendi, ricerca di conforto nel silenzio, speranza che quel dolore non ritorni, bisogno di dimenticare, ma speranza che l’uomo no, non osi scordare le foto marroni di mamme e fidanzate lontane, sottane lunghe sfumate di polvere e schizzate di sangue nelle tasche dei ragazzi soldati.

            E così, dalla valle, una tromba suona le note del Silenzio per ricordare e insegnare. Il piccolo filo d’erba, verde sottile tremante nella brezza della sera sempre più invisibile per lasciar posto alla nebbia, ascolta salire dalla valle quella musica bellissima e triste e, piano piano, conosce, capisce, cresce e soffre, mentre una lacrima d’umido gli scivola addosso fino a cadere sulla terra di montagna, vittima di guerra, che la beve ancora, in silenzio.

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Questo mio breve racconto ha partecipato nel 2004 al Premio letterario Il Molinello (Rapolano Terme – SI) ed è stato inserito nell’Antologia Voci dell’anima.

Un soffio leggero

5f7e5b931ed307938dab602498f6b414.jpgUn soffio d’aria sbadigliava ancora stirandosi nel letto prima di farsi attendere a lungo profumandosi in bagno, e un altro soffio d’aria calda, piena di sole, entrò spiando dalla finestra. Fece ondeggiare il bordo di pizzo della tenda, raggiunse l’orlo della gonna che copiò il movimento come in una giravolta di ballo, e cullò le punte dei capelli leggeri nel loro odore di shampoo.

Era delicato come un alito tenue su piume di capelli neonati, peluria di velluto innocente cullata da una fragranza materna di latte e di talco, ed entrò così, come una farfalla in punta di ali, ma sapeva di poter essere anche deciso e forte come un soffio fresco sul bruciore di un ginocchio graffiato o come aria di ventaglio sul viso accaldato, oppure vanitoso sulle unghie lucide di smalto.

S’incontrò con un soffio d’aria stufa, piena di sbuffi come una pentola sul fornello acceso, ma preferì unirsi a un respiro pieno d’ansia che appannava il vetro nell’attesa di sognare i sospiri di quando si ama ed il cuore soffia rossore sul viso. Poi il soffio d’aria calda uscì da uno spiraglio fra i vetri, attratto dai petali dei fiori sul davanzale e libero di volare nel tramonto e nella bellezza della sera.

0dc0fb98998feae017d50ff9245601d3.jpgUn soffio d’aria fresca, piena di luna, entrò silenzioso dalla finestra e fece ondeggiare il bordo di pizzo della tenda. Raggiunse la fiammella brillante di una candela che, prima di addormentarsi, tremò e si piegò. Un sottile filo di fumo soffiò via come un nuovo sogno nella notte. La cera era ancora calda e una donna dormiva tranquilla. Il suo respiro era un soffio leggero.

Deviazione

9b3c0d83c363b7ae205926365aa21de2.jpgMani sul volante. Semaforo rosso. Cerchio rosso. Freno. Mi fermo. La mente, appena evasa dalle sbarre di scartoffie ingarbugliate nella valigetta che mi spia dal sedile di fianco, riesce a sfuggire anche dalle manette degli spot radiofonici e, in quell’attesa rossa e noiosa, si libera nel cerchio dei ricordi.

Vedo chiara la mia mano molto piccola, aperta e abbandonata nel risveglio di un mattino, sporgere da strati di coperte fatte a mano. Dalla finestra socchiusa attraversa la luce l’odore agricolo dell’aria collinare e la mia sveglia pennuta canta dividendosi il silenzio con l’abbaiare del cane.

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Nel palmo il mio primo occhio aperto scorge un bottone tondo, cerchietto rosso bombato decorato di pallini neri. Dal suo corpo sporgono piccoli filamenti sottilissimi. È scucito. Lo osservo ancora. Anche il mio pallone ha gli stessi colori, la polpa del cocomero coi semi, le fette del salame col pepe e il sugo di pomodoro con le olive nere. Ma lui è così piccolo e leggero che il suo peso è un solletico. Poi i fili fragili accennano tenui movimenti e la calotta si divide al centro, aprendosi in volo e portandosi via tutto, fuori, nell’aria erbosa.

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Forse era un’astronave di marziani piccolissimi. La cerco per tutta la mattina intorno alla casa e scopro che il prato è una base spaziale affollata di bottoni volanti.

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L’abbaiare del mio cane si trasforma nel ringhio dei clacson alle spalle. Le mani sul volante nervoso, interrotte nel ricordo, accostano al lato della realtà.

43fcc140cec415225396c840ebf864f9.jpgOsservo il fiume obbligatorio e turbinoso scorrere avanti verso la diga del caos.

Snodo la cravatta che, con la giacca e la ventiquattrore, finisce sul sedile posteriore. Guido per un tratto nella corrente rumorosa, poi prendo un affluente di periferia ed un ruscello verso la collina.

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Il prato delle coccinelle è sempre là, intorno alle vecchie mura, e il vento che lo pettina mi fa respirare.

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Con questo racconto, che qui sul blog ho colorato di illustrazioni, ho partecipato nel 2003 al Premio letterario Il Molinello (Rapolano Terme – SI) ed è stato inserito nella relativa Antologia Voci dell’anima.

Azienda Casa

Stamattina ho detto basta!!! Ho sbattuto il pugno sul tavolo nel mio ufficio, in Azienda, e le carte con le penne hanno sobbalzato, per non parlare del personal computer portatile! Non era proprio giornata e tutte le carte e le penne sono volate via dal tavolo e il portatile si è spento da solo perché ha capito che non era proprio aria!

05c39723c56d73cdc646e0d2b6c5c679.jpgScoccata l’ora x ho convocato immediatamente una riunione del personale addetto all’illuminazione e all’aerazione dei locali della mia Azienda. Ho fatto la parte della manager davvero incazzata, ero molto incazzata, stavolta c’era bisogno di tirar fuori le unghie, gli artigli, specie con i lavativi più incalliti. Pertanto, a muso duro, ho rimosso subito i primi soggetti, quelli precari, dai loro posti di lavoro, mettendoli senza alcuna titubanza in mobilità, in fila di fronte a me in attesa di una risciacquata memorabile. Li ho lasciati lì per un po’ davanti al mio sguardo severo senza proferire parola e mettendoli crudelmente in uno stato d’ansia in attesa dei miei seri provvedimenti. Dopo averne passato in rassegna uno ad uno con un’espressione che non prometteva nulla di buono, ho minacciato alcuni di loro di sostituirli con soggetti nuovi mettendo in atto un necessario turnover del personale. cad328f4cf822708ab25688c2d51a831.jpgHo constatato che tutti avevano bisogno di una bella schiarita di idee il più possibile efficace e la riunione, che si prospettava non breve fin dall’inizio, ha subito assunto carattere di full-immersion chiarificatrice a tempo indeterminato fino al raggiungimento dello scopo. Durante l’immersione, alcuni soggetti hanno osato chiedere degli incentivi, al che ho perso davvero la pazienza ed ho posto tutti in cassa integrazione, un provvedimento che ho fatto loro credere definitivo per dagli un bello scossone, una bella lezione che ha avuto l’effetto di una forza centrifuga su di loro. Si sono zittiti per un bel po’ poi ho voluto stenderli dalla paura buttandoli fuori dalla sala riunioni e mettendoli tutti in attesa al fresco sulla terrazza dell’Azienda.

Nel frattempo ho notato scarsa cura nel presentarsi al lavoro da parte di alcuni dipendenti fissi, quelli addetti all’aerazione. Eh no, così non andiamo proprio d’accordo! Gli ho dato una bella rinfrescata di idee obbligandoli a rispolverare accuratamente nella memoria quali sono i loro precisi doveri e soprattutto che se al lavoro non ci si presenta curati nell’aspetto assolutamente non si potrà mai più parlare di aperture sindacali, ma solo di chiusure contrattuali future.

4fee5dbfd6c9a8bab17743916e763add.jpgE veniamo al personale fisso addetto all’illuminazione. Mai vista in Azienda una roba simile! Trovandomi davanti simili soggetti mi sono alzata, sono uscita un attimo a fumare una sigaretta per cercare di calmarmi e poi rientrando ho sbattuto la porta della sala riunioni con forza e gli ho schizzato addosso tutte le mie lamentele con autorità ed ho preteso categoricamente da tutti maggior trasparenza, sia nelle relazioni interne che soprattutto in quelle esterne, ricordando loro quanta importanza rivesta il saper tenere al meglio le public relations. Ho imposto, senza possibilità di replica, maggiore lucidità e riflessione durante le procedure di illuminazione per ottimizzare la funzionalità dell’impianto. La riunione si è protratta per quasi tutto il giorno ed è stato come arrampicarsi su interminabili scale, ma alla fine abbiamo trovato un accordo. 5814c3dec63f818148ed550496b6ba0a.jpgI dipendenti fissi si sono convinti ed hanno accettato le mie richieste e i dipendenti precari sono tornati in silenzio dall’esilio e si sono ripresentati in altra veste, con le idee più chiare, al che ho deciso di revocare i provvedimenti di mobilità, turnover e cassa integrazione ed insieme abbiamo stilato un piano futuro di collaborazione, steso sull’asse progettuale appositamente studiata a tal proposito in modo che la gestione del personale in questione non facesse più una grinza. La faticosa riunione è fortunatamente terminata in perfetto accordo e i dipendenti precari hanno ripreso il loro posto di lavoro.

L’impianto di illuminazione adesso è decisamente più efficiente e si respira davvero aria nuova in Azienda. Siamo alla fine della giornata ed io sono stanchissima!! E poi dicono che il lavoro mentale non stanca quanto il lavoro manuale. Ve lo farei provare, altro che!!! È dura gestire un’Azienda!!

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Insomma, ricapitolando, in sintesi, stamattina ho detto basta!!! Ho sbattuto il pugno sul tavolo della cucina della mia Casa e le tazze coi cucchiaini hanno sobbalzato, per non parlare della zuccheriera e dei biscotti!  Poi tutti hanno capito che non era proprio giornata e se ne sono andati dal tavolo senza fiatare, chi in lavastoviglie, chi in dispensa, e di corsa perché proprio non era aria!

cfd8330335029edb20b3f7e1538eb75a.gifScoccata l’ora di iniziare i lavori di Casa ho tirato giù tutte le tende dalle finestre e le ho riunite davanti a me, guardandole male perché c’era da fare un bel po’ di lavoro, in quanto erano tutte da lavare, soprattutto le più ingiallite. Le ho passate in rassegna una ad una e qualcuna sarebbe stata proprio da rinnovare con altre, un bel turnover di tendine nuove, ma poi le ho messe in immersione piena in acqua con aggiunta di un additivo, un incentivo sbiancante visto che alcune di loro lo richiedevano. A scopo ottenuto le ho poste tutte in lavatrice con integrazione di detersivo, un bel lavaggio con centrifuga finale e poi le ho stese al fresco in terrazza.

3ff1a055e9115be6f6364acd05065eff.jpgNel frattempo ho notato che gli infissi avevano bisogno di una bella pulita e gli ho dato una bella spolverata e rinfrescata con straccetto umido in posizione di apertura e di chiusura. Poi ho fatto una piccola pausa, mi son fatta forza e sono passata ai vetri spruzzandogli addosso il vetril e facendoli tornare trasparenti, lucidi e con dei bei riflessi di pulito sia internamente che esternamente. La pulizia è andata avanti per buona parte della giornata, arrampicandomi sulla scala per arrivare fino in alto, ma poi il lavoro è finito ed ho ritirato le tende stese in terrazza.

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Sembravano tornate quasi come nuove, schiarite e pulite. Le ho stirate sull’apposita asse da stiro e dopo non avevano più una grinza. Tutto questo lavoro faticoso è fortunatamente terminato ed ho rimesso le tende al loro posto sulle finestre di Casa.

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L’illuminazione adesso sembra migliorata e anche l’aerazione. Ho come l’impressione che in Casa entri più luce ed aria più pulita. Siamo alla fine della giornata e sono stanchissima!! E poi dicono che le casalinghe non lavorano. Ve lo farei provare, altro che!! È dura gestire una Casa!

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Questa è una versione illustrata di Azienda Casa già pubblicato nell’aprile 2006 su Bazar. Per leggere il testo anche in versione verde cliccare sul convertitore J

 

Pagine

604602824e7eecffc36e24d708c873ec.jpg   La finestra si spalancò all’improvviso, spinta da ventate insistenti e l’aria spolverò gli scaffali. Erano quattro, pieni di libri disposti su tre ripiani, e circondavano tutta la stanza coprendone le pareti che facevano quadrato intorno al tavolo. 

   Il primo scaffale alla destra della finestra rabbrividì per il soffio gelido che penetrò oltre le copertine, fin nelle pagine trasparenti di ghiaccio, remoti graffiti su roccia e idee in letargo fra fogli di cristallo opachi di neve.

   La parete di fronte alla finestra era illuminata dalla luce che risvegliò nelle pagine parole verdi, punti di colore, virgole di germogli, mazzi di nuove idee profumate e gocce di pioggia unite in rigagnoli per solcare la terra come incisioni su antiche tavolette d’argilla.

   Sullo scaffale seguente il calore di un raggio solare filtrò fra le pagine di seta sabbiosa, fogli di cotone e di lino, superfici secche di sale brillante, e scaldò il sapore delle espressioni colorite che pisolavano arrotolate nei papiri.

   L’aria sfiorò anche la parete adiacente alla finestra e lo scaffale poco luminoso conservava lo stupendo colore delle pagine di foglie secche, svelando la ruggine di capitoli idratati di nebbia e membrane di pergamena ingiallita, incurvata di vecchiaia umida.

   Compiuto un giro completo intorno alle pareti, l’aria fu attratta al centro della stanza. Sul tavolo, un libro nuovo fece un ventaglio di pagine col vento, come ali sottili in volo illuminate di sapere, e le mostrò orgoglioso, moderne e agghindate con inchiostro su carta lucida e caratteri di stampa laser tessuti in paragrafi impeccabili.

   L’aria aveva esaudito il suo desiderio di essere aperto e la luce iniziò a leggere il futuro.

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Questo mio piccolo racconto ha partecipato nel 2005 al Premio letterario Il Molinello (Rapolano Terme – SI) ed è stato inserito nell’Antologia Voci dell’anima.

Darà il nome a questa categoria del blog, Pagine, che raccoglierà racconti passati, presenti e futuri.

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